TERZA EDIZIONE 9-10 OTTOBRE 2021

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Gio Ponti

Gio Ponti e Napoli: il gran lombardo e il fascino del Mediterraneo

  • di Clara Bernardo e Maria De Stefano

A 130 anni dalla nascita, il racconto dell’esperienza napoletana dell’architetto e designer, dell’iconico intervento all'Hotel Royal e di un’impronta stilistica indelebile

Gio Ponti, di cui oggi 18 novembre ricorrono i 130 anni dalla nascita, resta una figura indefinibile ed eclettica. È stato architetto, designer, arredatore, scrittore e “pittore mancato”, come egli stesso si descriveva. Ma è stato soprattutto un affabulatore e un affascinatore, non solo delle “sciure milanesi”, come sosteneva malevolmente qualche suo illustre collega che intendeva sminuirlo, ma d’una intera generazione di architetti che in lui hanno riconosciuto un maestro. Le cui illuminanti riflessioni, magistralmente riassunte nelle pagine di Amate l’Architettura, pubblicato per la prima volta nel 1957, ancora oggi costituiscono una guida di riferimento insuperata per ogni matricola universitaria che sogna un giorno di esercitare la professione.

A Ponti, oltre agli innumerevoli lavori su case private, opere pubbliche e religiose, lungo un vasto arco temporale che va dagli anni Venti ai Settanta del Novecento, si deve anche la fondazione e direzione di storiche riviste come Domus (dal 1928-40 e ancora dal 1948 al 1979) e Stile (1941-1947); la partecipazione al comitato direttivo delle Triennali di Milano e le Biennali di Monza; la fondamentale attività didattica per un venticinquennio (dal 1936 al 1961) al Politecnico di Milano, dove si era laureato nel 1921.

Una sua preoccupazione costante fu quella di sviluppare un nuovo linguaggio della progettazione. Fu il primo in Italia a porsi il problema dello spazio interno e le sue opere, allestimenti scenografici, arredamenti per transatlantici, treni veloci e case private, progetti di ville ed edifici istituzionali erano ispirate tutte dallo stesso motivo: un alto ideale estetico coniugato a una effettiva funzionalità dell’abitare. È per queste ragioni che, ancora oggi, Gio Ponti è allo stesso tempo uno dei maggiori architetti e il vero maestro del design italiano, ambito nel quale si fece promotore della produzione in serie come soluzione democratica. E sebbene oggi i prodotti da lui concepiti siano finiti nei cataloghi delle grandi case d’asta battuti a prezzi elevati, gli oggetti di industrial design secondo Ponti dovevano essere di costo accessibile e alla portata di tutti.

Gio Ponti archivio gio ponti

Un ritratto di Gio Ponti degli anni Cinquanta

Ciò succedeva in particolare nei “favolosi anni '50”, quando l’utilizzo di nuovi materiali quali i laminati, l’alluminio, il lattice e la formica aveva reso possibile la sperimentazione di nuove forme che intercettavano i gusti di un mercato che negli anni del boom economico cresceva vertiginosamente. E anche vecchi materiali come legno e ceramica vennero valorizzati e reinterpretati secondo fogge e motivi più attuali.

In questo periodo l’attività di Gio Ponti acquisisce un profilo internazionale, con viaggi e progetti in tutto il mondo: l’Istituto italiano di Cultura a Stoccolma, gli Uffici Alitalia sulla Fifth Avenue a New York, il Palazzo degli Uffici Governativi di Baghdad, le esclusive Ville Planchart e Arreaza in Venezuela, la spettacolare Villa Nemazee a Teheran, solo per citarne alcuni. Ed è qui che si apre il capitolo napoletano della vita professionale di Gio Ponti, chiamato dall’ingegnere Roberto Fernandes per realizzare arredi e interni dell’Hotel Royal e, nei primi anni Sessanta, il progetto dell’hotel Parco dei Principi di Sorrento. Ad accompagnarci in questo racconto è Fabrizio Mautone, che in qualità di storico dell’architettura è autore di una monografia sul tema, Gio Ponti. La committenza Fernandes, ricca di preziosi materiali iconografici, e in quello di architetto di interni si è occupato del restauro filologico delle due strutture.

Gio Ponti a Napoli: l'hotel Royal e l'incontro con Roberto Fernandes
L'albergo Royal des Etrangers era un lussuoso edificio ottocentesco sito sul lungomare di Napoli, noto per aver ospitato personaggi illustri come Oscar Wilde, ma purtroppo fu interessato da un grave incendio, appiccato dalle truppe tedesche in ritirata alla fine della Seconda guerra mondiale, lasciando una ferita profonda nella città. Lo stabile, o quello che ne rimaneva, fu rilevato nel 1949 dall’ingegnere Fernandes che, come ricorda Mautone, “diede avvio alle opere di demolizione stimate in 135 milioni, nell’intento di riedificare una struttura, come immediatamente scrisse la stampa locale, di ‘gran classe’, dotata di ben 276 camere, 480 posti letto, attrezzature modernissime, piscina, roof garden, bar e ristorante. Una struttura che potesse colmare il vuoto lasciato dal vecchio Royal”.

Oltre a essere un tecnico molto preparato, Fernandes si dimostrò soprattutto un imprenditore con un notevole fiuto per gli affari. Dedicò grande attenzione al nascente turismo di massa, intuendone i margini di sviluppo, occupandosi tanto della realizzazione che della conduzione delle strutture ricettive. Il progetto del Royal venne affidato all'architetto-ingegnere napoletano Ferdinando Chiaromonte. Per la cura e la progettazione degli interni e delle finiture, però, Fernandes volle un professionista di fama internazionale, che col suo intervento desse maggior risonanza all’investimento. La scelta cadde su Gio Ponti, che affiancò Chiaromonte in corso d'opera, lavorando principalmente sull’arredo delle camere, convincendolo anche con felice intuizione a spostare la piscina dal sesto piano originariamente previsto alla terrazza, per permettere agli ospiti di godere dell’incantevole panorama del golfo - nel 1954 finì sulla copertina di "Domus", salutata col titolo “Una piscina sul tetto”.

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La piscina sulla terrazza oggi

“Roberto Fernandes per come lo abbiamo conosciuto – sottolinea Mautone – non poteva non essere attratto dal ‘modo nuovo’ di Ponti, dalle sue ipotesi sulla camera d'albergo e da un approccio all'architettura degli Interni contemporaneamente dinamico e neutrale. Così nel 1953 si rivolge a lui, affidandogli l'incarico di disegnare e arredare gli interni dell'hotel Royal, di progettare la piscina e persino lo stemma logo dell'albergo”.

“L’incontro tra i due – continua Mautone – è particolarmente felice, nel segno di una comunità d’intenti. Ponti scorge in Fernandez la genialità, la visione e la voglia di fare di un imprenditore autentico. Di Fernandes diceva che era un uomo capace di accorgersi di cose che sono sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno era in grado di valorizzare, come dimostrò rilevando la struttura che poi diventerà l’hotel Parco dei Principi. Fernandes intravede in Ponti un trampolino di lancio verso una dimensione globale, capace di dare un respiro nuovo alla sua idea di impresa".

Quella del Royal non fu in assoluto la prima esperienza napoletana dell'architetto milanese, che nel 1952 aveva progettato sulla collina di Posillipo Villa Arata, oggi rimaneggiata al punto da rendere irriconoscibile la firma di Ponti. Il quale la riteneva un caposaldo della sua idea di abitazione privata, inserendo la villa nel capitolo “Evocazione mediterranea” di Aria d’Italia. “Mediterraneo – precisa Mautone – è una parola chiave per capire la filosofia dei lavori realizzati per Fernandes. Ponti era un gran lombardo, orgogliosamente intriso di spirito meneghino, però subiva il fascino della mediterraneità, come nel caso dei tetti di Positano, che lo appassionavano. L’esperienza del Royal e ancor di più quella del Parco dei Principi gli consentirono di porsi in dialogo col genius loci e i colori del mediterraneo. Pensiamo solo alle cromie del blu e dell’azzurro che sono decisive nel progetto del Parco dei Principi. Il blu Ponti, si può dire, è nato qui”.

LOGHI GIO PONTI

I loghi disegnati da Gio Ponti per l'Hotel Royal

Il "PIano Ponti": entrare nella macchina del tempo
Il progetto d'arredo di Ponti del Royal interessò 316 camere, per un totale di 500 letti, i saloni, le hall, il ristorante e il bar. Sull'originaria distribuzione planimetrica tracciata da Chiaromonte sono evidenti le puntuali indicazioni di Ponti, relativamente agli arredi e alle differenti essenze lignee da adottarsi in ogni singolo ambiente. In anni recenti l’hotel Royal, nel frattempo divenuto Royal Continental, è stato sottoposto a un profondo intervento di ristrutturazione curato proprio dall’architetto Mautone. Il quale, grazie soprattutto alla sensibilità della committente Teresa Naldi, erede di Fernades, è riuscito a far passare l’idea di un progetto che salvaguardasse il segno inimitabile di Gio Ponti.

“Sono stato fortunato con Teresa Naldi, mi dette molta fiducia. Le dissi che dovevamo avere il coraggio di affrontare questa operazione ristrutturando l’albergo solo nella veste tecnica, lasciando intatto l’aspetto storico e artistico. Recuperando i disegni originali e riproponendo la struttura così com’era. Decidemmo perciò di raccogliere tutti gli arredi in un piano, il primo, e ci inventammo l’idea del ‘Piano Ponti’, un luogo affascinante in cui gli ospiti entrano in una sorta di macchina del tempo, che ruota intorno al design seducente degli anni Cinquanta”.

Il mobilio è stato sottoposto ad un intervento di pulitura, ripristino e integrazione. Oggi entrando nelle camere del Piano Ponti, troviamo i letti sormontati dai portariviste e dalle lampade in ottone satinato, i famosissimi comò a 3 cassetti, le toelette con gli specchi circolari, le pareti attrezzate dotate di ampie mensole alternate a cassetti e piani ribaltabili usati come scrittoi, gli armadi, i poggia-valigia e numerosi tavolini che all’epoca vennero interamente eseguiti su disegno di Ponti dalla ditta “Dassi Mobili Moderni di Lissone”, in stretta collaborazione con Vittorio Dassi.

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Uno degli ambienti della Junior Suite al Piano Ponti, con gli arredi originali

La realizzazione delle sedie e delle poltrone originarie, anch’esse ancora presenti, era stata affidata all’epoca alla ditta Cassina di Meda. Ponti scelse per il Royal non solo modelli da lui stesso progettati, ma anche pezzi ideati da giovani architetti al tempo poco noti. Per le camere optò per la sedia modello 646 del 1952 detta “Leggera”, proposta in frassino nella variante con schienale e sedile imbottito. “Imbottitura che in fase di restauro – nota Mautone – è stata integrata e riproposta riproducendo i tessuti originali, attraverso un percorso di studio e approfondimento dei materiali per il quale parlerei di ‘metodologia filologica’. Solo così sono stato in condizione di risalire a dei tessuti come quello di Rubelli, un velluto soprarizzo fatto su una base di seta jacquard, che Gio Ponti aveva disegnato per la Biennale di Venezia del 1934”.

Anche le ceramiche del Piano Ponti, e ancor più a Sorrento al Parco dei Principi, furono ripristinate, sebbene con enormi difficoltà, vista l’impossibilità di trovare tessere a mosaico delle dimensioni utili. “La Cosmi, l’azienda cremonese che le aveva realizzate, nel frattempo era fallita e a distanza di tanti anni non c’era nessun altro che le producesse. Ci siamo dovuti rivolgere a una fabbrica tedesca che realizzava ancora il formato 20x20 usato da Ponti. E fu divertente – Mautone ricorda un curioso aneddoto – ritrovare tra le maestranze del restauro il posatore, ormai anziano, che aveva lavorato con Ponti. Fu lui a dirigere l’intervento di posa, usando come distanziatore tra le tessere uno spaghetto, esattamente come aveva fatto tanti anni prima!”.

Oggi il “Piano Ponti” costituisce il fiore all’occhiello dell’hotel, un inimitabile elemento caratterizzante. “Vuoi dormire in un Museo? È questo lo slogan che abbiamo scelto – a parlare è Manuela Morra, communication and marketing manager del Royal Group –, per sottolineare che chi soggiorna al Piano Ponti, composto da 24 camere, ha l’opportunità di fare un tuffo nel passato, compiere un intrigante viaggio a ritroso che ci riporta agli anni Cinquanta. Anche chi non è esperto d’architettura o design non può fare a meno di apprezzare le scelte stilistiche senza tempo di Ponti. In particolare nella junior suite che, essendo costituita da due ambienti, ha il maggior numero di arredi originali”. Un fascino che comincia ad attrarre un pubblico variegato, che comprende chi si occupa di architettura, design e fashion. “Spesso le camere si trasformano in set fotografici per shooting di moda, Vogue tra quelli recenti – continua la Morra –, e tanti architetti napoletani ci contattano per chiederci di ospitare al Piano Ponti amici e personalità di spicco”. Le quali intendono vivere “un’esperienza Ponti”, un soggiorno all’insegna del valore della cultura, della bellezza e del design.

OPEN HOUSE NAPOLI

Un evento di
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