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Riccardo Dalisi, il metodo e l’emozione

  • di Stefano Fedele e Maria De Stefano

Il primo maggio il grande architetto e designer compie novant’anni. Ne tracciamo un ritratto attraverso le parole di due suoi amici prima che allievi, Antonella Venezia e Claudio Gambardella

Entrare nello studio/atelier di Riccardo Dalisi in Rua Catalana è come fare un viaggio. Un gioiello unico, una vera e propria bottega artigiana ricca di opere che riflettono un pensiero creativo e attento. Nulla è lasciato al caso: forme, oggetti, opere apparentemente semplici celano anni di una ricerca sensibilissima, e tutte sono accumunate da un fine ultimo che è, attraverso l’opera, far vibrare una corda intima ed emozionale.

Riccardo Dalisi è una figura che ha riunito lungo il filo di una medesima ispirazione architettura, design e arte, contribuendo a dare voce al Mezzogiorno e soprattutto a Napoli con la sua forte propensione sperimentale. Il suo pensiero progettuale non è restato confinato all’interno di quattro pareti, ma è sempre stato aperto al contesto, mosso da una vocazione alla relazione con l’altro e da una tensione morale che l’hanno portato, sin dagli anni Settanta, a impegnarsi nelle periferie alla costruzione di laboratori ed esperienze di architettura dell’animazione in cui ha coinvolto emarginati, vecchi, bambini. Senza alcun atteggiamento pietistico, sempre spinto da una inesausta curiosità umana e dalla voglia di apprendere da chi è diverso da lui.

Oggi, primo maggio, Dalisi compie novant’anni. Open House Napoli, che sin dalla prima edizione ha il privilegio di poter annoverare il suo studio nel programma della manifestazione, vuole celebrare questo compleanno attraverso le parole e i racconti di due suoi amici prima che allievi, che hanno avuto la fortuna di aver vissuto in prima persona il pensiero e la pratica dalisiana: l’architetto e designer Antonella Venezia e Claudio Gambardella, docente presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’università Luigi Vanvitelli.

Dalisi nasce come un architetto “tradizionale”, nei primi anni Sessanta entra nello studio di Francesco Della Sala, e collabora con progettisti come Massimo Pica Ciamarra e Michele Capobianco, con cui realizza la Nuova Borsa Merci di Napoli (1964-71). Però già all’inizio degli anni Settanta la sua carriera, la sua vita diremmo, prende una direzione differente. Cosa accade in quel periodo?
GAMBARDELLA A Dalisi è sempre stata riconosciuta una grande abilità e velocità nel progettare. Lui viene da un’ottima formazione, lavora come progettista di spazi ed edifici accanto ai massimi esponenti della cultura architettonica napoletana di quegli anni. Poi cosa succede? Un aspetto di cui si parla poco è l’incontro con il Centro Coscienza a Milano. Il nome farebbe pensare a una iniziativa di carattere religioso, invece era una scuola di “cultura spirituale”, dove ha conosciuto persone come Tullio Castellani, che fondò i primi nuclei di ricerca spirituale intorno alla musica. Lì apprende un nuovo modo di legarsi alla vita, di creare un contatto con l’altro, soprattutto con le persone più semplici, anche disagiate, ma senza pietismo, mosso dalla curiosità di incontrare chi poteva dargli qualcosa che gli mancasse. Intorno al 1975/76 Riccardo fonda a Napoli una sezione distaccata del Centro, quando ormai era già emerso nel suo lavoro il bisogno di seguire altre strade, legate al rapporto umano e all’incontro con quelle che un tempo si chiamavano culture emarginate. L’altro elemento che lo spinge al cambiamento è l’incontro con il Radical Design e l’architettura partecipata. Dalisi conosce Giancarlo De Carlo, Alessandro Mendini, Ettore Sottsass, Andrea Branzi, compagni di viaggio dalle cui idee Riccardo trae una sintesi personale. A quel punto abbandona la professione così come era pensata e condotta fino a quegli anni.

La spinta da un lato umana (l’incontro con l’altro), dall’altro metodologica (il ripensamento del modo di fare architettura e design) mi sembra emergano insieme da questa sua affermazione: “Forma e funzione trovano misura nel rapporto con il contesto”.
GAMBARDELLA Contesto è una parola che noi architetti usiamo in un significato quasi sempre esclusivamente fisico, edilizio. Per Riccardo il contesto è innanzitutto umano, dentro quegli edifici ci sono delle persone, c’è una comunità che si esprime in un certo modo. Nascono da qui i suoi laboratori dagli anni Settanta in poi, l’architettura d’animazione che Riccardo sperimenta al Rione Traiano e che poi continuerà a sperimentare in tutti i luoghi dell’emarginazione, Scampia, la Sanità, Ponticelli. Sono esperienze fondate sull’incontro con l’altro, gli analfabeti, i vecchi. Lui riceve da questi incontri un beneficio enorme in termini di creatività e produce idee straordinarie insieme alle persone.

VENEZIA L’attenzione al contesto è manifestata anche dal fatto che Riccardo sceglie per le sue sperimentazioni luoghi impopolari, deputati al brutto – un brutto inteso in accezione urbanistica –, su cui lui si indirizza volutamente per portare gioia e bellezza. Pensiamo al suo attuale studio/atelier a Rua Catalana, un'area dove ha fatto interventi in cui il design diventa  motivo di arredo urbano, creando un processo di riqualificazione e rigenerazione che dà carattere e qualità ai luoghi. Ricordo lì le sperimentazioni nei periodi natalizi, con le signore dei vicoli chiamate a ospitare sui loro piccoli balconi le installazioni del presepe concepite da Dalisi. Il risultato era una giostra di persone e oggetti, capace di innescare un circuito emozionale. Le signore coinvolte hanno cominciato a prendersi cura dell’oggetto, pulirlo, custodirlo, sono state stimolate a guardare alle loro abitazioni e al contesto con occhi nuovi. L’obiettivo di Dalisi è rendere manifesta la possibilità del bello, anche in luoghi che purtroppo tanto belli non sono.

Riccardo Dalisi

Il laboratorio di Rione Traiano. Per gentile concessione dell'Archivio Dalisi

Com’era l’esperienza dei laboratori?
VENEZIA Senza dubbio i momenti di ispirazione più alta Dalisi li ha vissuti nel periodo in cui ha lavorato con i bambini. Gli innumerevoli laboratori di ricerca, partendo da quelli di Rione Traiano, hanno generato esperienze progettuali di elevato spessore. La collaborazione diretta dei bambini era fondamentale, si interfacciava con loro non solo con le parole, li faceva entrare nel suo mondo ovattato-magico nel quale la dimensione spazio-tempo si perdeva. In questo “non luogo” tutto ciò che lo circondava aiutava il pensiero progettuale. Anche il semplice rumore generato dalla carta assumeva una valenza emozionale. Riuscire a spiegare poi come questi input si trasformassero in progetti concreti d’architettura, arte o design è quasi impossibile decifrarlo, è come quando vedi un quadro astratto e te ne vuoi dare una spiegazione, non è possibile, ci devi entrare in punta di piedi, con empatia e intimità.

GAMBARDELLA Nell’animazione dei laboratori di Ponticelli usavamo pezzi di legno di scarto, oggi ne parleremmo in termini di sostenibilità, in realtà Dalisi seguiva la vecchia politica della nonna che recupera anche il filo di spago. Un approccio antico che diventa moderno, dal quale emerge la sua spiritualità, perché lo scarto non è solo quello materiale del pezzo di legno, è lo scarto umano. Tutto diventa prezioso, tutto acquista dignità. Riccardo spingeva i ragazzi a dare il meglio di sé, indirizzandoli secondo un’idea precisa non di progetto ma di metodo. Un metodo suggerito da teorie sociologiche e antropologiche che lui ingloba nel progetto. All’epoca il progetto era ritenuto una questione soltanto tecnica, lui invece ibrida i linguaggi, superando steccati e specialismi, fa un’operazione sociologica e sociale. Lavora sulla qualità del rapporto. Facendo così ha cambiato la vita di molte persone.

Nei suoi scritti si parla di creatività, emozione, del ruolo del disordine e dell’errore nella pratica laboratoriale. Però dice anche che alla base di questo sistema instabile c’è la geometria generativa. Quindi esiste un metodo per Dalisi?
GAMBARDELLA La geometria generativa è una sua fantastica intuizione, che mette in luce il suo versante umanista. Si tratta di un sistema matematico, che però lui plasma talmente flessibile e aperto da consentire l’introduzione dell’intuizione, dell’errore e dell’arte. Nel costruire questo metodo Riccardo s’è ispirato alla lezione di Kandinskij. Riccardo attinge a questi princìpi, lavorando sul concetto di campo: non su una pianta ma su un campo quadrato, che lui divide secondo le diagonali o gli assi principali, partendo dai quali ottiene delle soluzioni, non già progettuali, ma metaprogettuali, preprogettuali.

VENEZIA Il metodo c'è. Il suo disegno a prima vista può sembrare quasi informale, ma dietro quelle linee apparentemente morbide si celano delle geometrie fortemente precise. Le sue opere potrebbero lasciare quasi un’impressione di astrattezza, come di un tratto libero. Non è così, dietro c’è tutto un bagaglio geometrico che lo ha sempre indirizzato verso una ricerca molto sofisticata.

totocchio

Totocchio. Per gentile concessione dell'Archivio Dalisi

Come designer Dalisi sperimenta materiali poveri, dalla latta alla cartapesta.
VENEZIA Dalisi è stato un precursore nell’utilizzo di materiali poveri. Oggi è molto diffusa l’abitudine di lavorare con materiali di riciclo, di recupero, ai tempi delle prime sperimentazioni dalisiane tutto ciò non era minimamente contemplato. Lui è stato il primo a prendere carta, legno, latta e trasformarli in altro. Sono esemplari certe sue importantissime interpretazioni e realizzazioni sfociate poi in opere d’arte come il personaggio di sua invenzione Totocchio. Con una semplice caffettiera, una via di mezzo tra Totò e Pinocchio, è riuscito a creare nuove storie, estrapolando le singole caratteristiche dei due personaggi. Questi esperimenti sono stati interpretati da molti solo in chiave ludica. Ma come molte opere di Riccardo, dietro svelano un mondo progettuale fatto di studio e ricerca. La sua mente, apparentemente così distratta e fuori dal comune, è proiettata sempre ed esclusivamente alla comunicazione dell’emozione. Il saper distinguere ed assaporare il valore emozionale anche nelle cose banali è essenziale. Altro esempio sono le sue sculture musicali, caratterizzate da fibre di ferro che scendono libere, dove basta un piccolo tocco per generare un suono amplificato. Questo perché? Perché per lui l’importanza della scultura è relativa, la sua emozione viene scatenata dal rumore che la scultura produce.

L’utilizzo dei materiali poveri sembrerebbe quanto di più lontano dal design industriale. Invece Dalisi ha costruito collaborazioni importanti, a partire da Alessi. Come fa a conciliare i due aspetti?
GAMBARDELLA Partendo da un territorio napoletano che, allora come oggi, è privo di industrie, Dalisi capisce che bisogna lavorare con quello che c’è. Quindi l’artigianato. Dalisi recupera una sapienza artigiana, che è la sapienza dell’Italia di un tempo. Utilizzando ciò che aveva a disposizione, è riuscito a generare degli oggetti, anzi di più, una vera cultura del design eminentemente artigianale. Il punto di svolta è l’incontro con Alessi, che conoscendolo attraverso le sue esternazioni sulle riviste milanesi gli chiese una caffettiera napoletana. Riccardo non propose subito un prodotto di design industriale, rispose con 200 modellini di caffettiere di latta. Alessi sulle prime era sbigottito. Questo fa capire il temperamento di Dalisi, che non si piega alla grande occasione, mantiene il punto con garbo e sfrutta quell’opportunità per scoprire una napoletanità senza folklore, nutrita di ironia, rileggendo il rito della tazzina di caffè dal punto di vista del ricercatore, del grande artista, del designer. Questo gli viene riconosciuto dallo stesso Alessi e anche dal mondo intellettuale, che gli conferisce il suo primo Compasso d’oro nel 1981. Non per la caffettiera in sé, ma per la ricerca sulla caffettiera.
Di lì le caffettiere evolvono, diventano personaggi, attori, cavalieri, addirittura la Sacra famiglia del presepe. È un lavoro molto creativo nel quale però, Dalisi me lo ha sempre ribadito, il risultato finale è un prodotto, una caffettiera industriale. Non è che non sapesse fare il progettista, la sua metodologia è una scelta. Il progetto, infatti, presenta una base un po’ svasata, affinché nel ribaltamento la caffettiera possa raccogliere tutto il calore della fiamma, per ovviare a quel problema della napoletana da cui, normalmente, il caffè esce tiepido. Quindi lui fa un’operazione eminentemente tecnica, matematica, aumenta le proporzioni della base. Poi aggiunge il manico tornito di legno, chiara citazione dell’artigianato in legno della tradizione. La fortuna di Dalisi da quel momento in poi sarà centuplicata, tutte le aziende lo cercano, da Luceplan a Glass a Zanotta.

Caffettiera Alessi

La caffettiera Alessi. Per gentile concessione dell'Archivio Dalisi

E il design ultrapoverissimo?
GAMBARDELLA È legato a un’altra favola, quella di Gennaro, che ci aiuta a capire lo spirito socratico di Dalisi, la sua inimitabile capacità di tirare fuori il meglio dall’altro, senza imporre le proprie idee. Gennaro era un medicante, che un giorno bussò alla porta del suo studio per elemosinare qualcosa. Dalisi gli chiede di aiutarlo a tagliare con le forbici una lamiera. Dopo gli dà i soldi. Gennaro ritorna, e Riccardo a poco a poco lo stimola, fino a fargli tirare fuori gli oggetti di design povero, ultrapovero, ultrapoverissimo. Sono oggetti un po’ fiabeschi, fatti di lamiera cucita con filo di ferro. Gennaro s’appassiona, diventa un personaggio, ne parlano i giornali. È una storia forse un po’ romanzata dallo stesso Riccardo, ma è vera e fa capire il suo approccio.

Dalisi ha creato un rapporto molto forte con Napoli, indagandone i luoghi meno conosciuti e anche negletti. Ma la città ha saputo apprezzarlo fino in fondo?
GAMBARDELLA Il valore di Dalisi è stato messo in discussione per ragioni culturali. Renato De Fusco per esempio, pur parlandone bene, l’ha criticato, soprattutto perché non credeva nel Radical Design. Nella sua logica affascinante ma rigida del quadrifoglio – progetto, produzione, vendita e consumo – se manca uno solo di questi elementi non si può parlare di design. È chiaro che secondo questo modello le sperimentazioni di Dalisi – che portano al progetto ma che non sono sempre progetti – non possono rientrare nel design. De Fusco è la punta emergente di un mondo di professori, professionisti che hanno potuto esprimere delle critiche. Ma alla fine tutti ne hanno riconosciuto il valore, perché Dalisi resta un pezzo di storia, ha dato un contributo fortissimo alla nascita della cultura del Design a Napoli e nel sud Italia. Oggi è noto a tutti e non solo in Italia. Negli ultimi anni è diventato anche un artista accreditato, le sue opere sono nella collezione permanente del Centre Pompidou e in molti musei, sia per le opere di design che artistiche, il confine tra le quali è molto sottile.

VENEZIA Mi ricollego a queste ultime parole di Claudio per dire che dal mio punto di vista è il mondo dell’arte l’ambito in cui Dalisi si è espresso al meglio. Il suo apporto maggiore di comunicazione, di cambiamento è stato nell’arte. Credo sia nato artista, è un libero pensatore come solo un uomo d’arte può essere. Rispetto al rapporto con la città, invece, penso che Napoli non ne abbia ancora riconosciuto totalmente il valore. Mi dispiace passeggiare per la città e non vedere le maggiori piazze adornate dalle sue sculture, e le poche installazioni che ci sono presentano uno stato di incuria deplorevole. Ne è un esempio il caso della Sirena all’ingresso del tunnel della tangenziale, sparita da anni, forse gettata nei depositi dell’ANAS. Andrebbe ripresa, ripulita e ricollocata lì dove è stata pensata e progettata. Credo che Napoli sia ancora molto in debito con lui. Se ne accorgeranno un giorno? Non lo so.

OPEN HOUSE NAPOLI

Un evento di
Associazione Culturale Openness
Via Vicinale Croce di Piperno, 6
80126 Napoli

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