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Lamont Young, l'utopista pragmatico che sognò una Napoli moderna ed europea

  • di Clara Bernardo e Stefano Fedele

A 170 anni dalla nascita, ricordiamo l’urbanista e architetto anglonapoletano. Etichettato come un visionario, è stato invece un uomo con una visione della città, che emerge dai suoi innovativi progetti

Lamont Young, che ricordiamo oggi a 170 anni dalla nascita – era nato il 12 marzo del 1851 –, è stato spesso descritto come un utopista e un visionario, chiuso dentro un mondo di architetture immaginarie. Eppure è stato anche un uomo del suo tempo, capace di cogliere i tratti della modernità e tradurli in una coerente visione di trasformazione urbana per Napoli. Anticipando progetti che poi sarebbero stati, in forme diverse, realizzati (la metropolitana), e pensando per alcune zone della città destinazioni più consone di quelle poi scelte (i Campi Flegrei come area turistica e residenziale, invece che industriale).

Un’anima divisa in due
Insomma una “figura pratica e idealistica allo stesso tempo”, come scrive Giancarlo Alisio nel più approfondito studio a lui dedicato, Lamont Young. Utopia e realtà nell’urbanistica napoletana dell’Ottocento. Un’anima divisa in due, a partire dalle origini anglonapoletane, lui figlio di un funzionario scozzese dell’impero britannico in India e di una inglese nata a Calcutta. I quali, arricchitisi nelle colonie, si trasferiscono a Napoli attratti dalla dolcezza del clima e dal mito di Partenope, installandosi sulla collina del Vomero, nell’area che oggi corrisponde al parco Grifeo. Lì nasce Lamont, anche se gli studi li svolge tra collegi svizzeri e Inghilterra, rimanendo suddito dell’impero, esercitando però l’intera sua attività di ingegnere, urbanista e architetto a Napoli.

Un ritratto di Lamont Young nel 1917, accanto a un progetto di motore a pale rotanti orientabili

Ambivalente Lamont Young lo è anche in termini di stile, oscillante tra il gusto nostalgico che dimostra nell'attività edilizia e la visione innovativa dei suoi progetti urbani, tra i disegni per la prima Metropolitana napoletana e la sistemazione dei rioni periferici. Alcuni tratti gli derivavano dalle sue origini: “Da privilegiato suddito britannico – scrive lo storico Francesco Barbagallo in Napoli Belle époque – non credeva all’intervento pubblico nell’economia: al contrario era convinto che bisognasse sollecitare profittevoli investimenti di capitali privati”. Il suo orizzonte cosmopolita, poi, lo spingeva a desiderare per Napoli un destino da città europea: coerente con la vocazione turistica suggerita dagli ineguagliabili valori paesistici, insieme però munita dei servizi di una autentica capitale moderna.

L’urbanista che sogna una città moderna
A partire dalla metropolitana: una grande struttura su ferro da lui ipotizzata tra gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, che avrebbe unito periferie e zone collinari con la città storica, figurando un decentramento capace di risolvere i problemi di congestione del centro cittadino insalubre e sovrappopolato. Perché sarà anche vero che “la bella Sirena”, che “posa il capo sulle verdi e profumate alture, bagna i suoi piedi nelle onde marine”, è “pittoresca e oltre ogni dire deliziosa”, come scrive Young. Però, aggiunge realisticamente, “queste condizioni di suolo la inceppano pure nei suoi movimenti; di maniera che la sua vita e la sua attività si svolgono e si agitano in due sole anguste parallele, che la rendono tumultuosa, incomoda, e quel che è peggio ancora, sudicia e malsana”.

La metropolitana è la soluzione per molti problemi di Napoli: non per alterarne i tratti, ma anzi, per esaltarne le caratteristiche irripetibili. Lamont Young, sottolinea Alisio, “prevede per Napoli un ampliamento urbano dinamico, respingendo l’espansione a macchia d’olio e gli sventramenti del centro antico mediante rettifili e radicali demolizioni […]. Il suo piano di sviluppo si pone invece come struttura aperta – suscettibile di ampliamenti successivi e graduabili nel tempo a seconda delle esigenze – da ottenersi tramite l’assorbimento dei nuclei periferici tramite rapide comunicazioni”. Napoli non va sfigurata ma ripensata. La metropolitana è il binario fisico e ideale per aprire Napoli all’auspicata modernità secondo Lamont Young, “positivisticamente fiducioso – puntualizza Alisio – nelle possibilità risolutrici della tecnica in ogni campo e nel benefico influsso che essa poteva apportare al progresso materiale e morale dell’umanità”.

Progetto di Metropolitana, la struttura sopraelevata su via Marina

Il disegno della linea metropolitana va dalla Stazione centrale di Napoli ai Campi Flegrei, divisa in due rami a scartamento normale che seguono un percorso sotterraneo, cui si aggiunge una tratta “dei Colli”, che serviva i villaggi del Vomero, a scartamento ridotto e su percorso esterno. Dove preferisce non passare sotto il livello del mare, e per non creare inconvenienti al sistema delle fognature, l’architetto progetta alcune tratte allo scoperto e altre sopraelevate su viadotti in ferro. L’elemento ideato per connettere la tratta cittadina con quella collinare è un ascensore urbano, per l’epoca una grossa innovazione tecnologica, importata dall’America solo sul finire degli anni Sessanta dell’Ottocento. Di raffinata concezione meccanica, l’elevatore, intagliato nella collina di tufo e suddiviso in cabine di prima e seconda classe, avrebbe superato un dislivello di ben 162 metri grazie a un sistema funzionante con motore a vapore.

Alla fine di un lungo iter amministrativo, che costringe Young a rilevanti modifiche al disegno originario, il progetto della metropolitana viene approvato il 21 luglio del 1888 dal consiglio comunale. La delibera accorda un periodo di soli sei mesi per ricercare i finanziamenti di almeno quaranta milioni di lire necessari per i lavori. Purtroppo Young, che confida nell’intervento di investitori privati soprattutto britannici, non riesce a convincerli della sostenibilità del progetto. Ma se è vero che la sua linea metropolitana rimase un sogno irrealizzato, va riconosciuto che le soluzioni ideate da Young sono alla base dell’attuale rete infrastrutturale della città di Napoli, che ne ripropone diverse intuizioni.

L’ascensore della metropolitana e, a destra, il Canal Grande del Rione Venezia a Posillipo

Il Rione Venezia e i Campi Flegrei
Le possibilità indotte dalla rete metropolitana spingono Young a immaginare delle proposte urbanistiche per l’area di Posillipo, dove dar vita a un Rione Venezia, “un nuovo continente”, lo chiama lui, nel quale, analogamente alla città lagunare, gli edifici s’affacciano su un sistema di canali navigabili con sette sbocchi al mare che avrebbero caratterizzato il disegno del quartiere, collegato a Bagnoli attraverso un imponente canale-galleria che avrebbe oltrepassato la collina di Posillipo.

I Campi Flegrei vengono riordinati in un elaborato modello progettuale dalla vocazione turistica e residenziale, serviti da un vasto complesso di attrezzature, alberghi, stabilimenti balneari e termali, e un Palazzo di Cristallo in stile islamico, ispirato al Crystal Palace di Joseph Paxton a Londra, pensato come casa delle scienze e delle arti, con spazi per concerti e congressi. “Un tempio – scrive Young – in cui la scienza parli all’immaginazione delle moltitudini per mezzo dei sensi”.

Young ridefinisce l’identità dei Campi Flegrei, inserendo le nuove costruzioni in un accogliente sistema di pinete e giardini, esaltando l’attitudine turistica dell’area, e in generale di una città alla quale nega qualsiasi ruolo industriale. “A Napoli si viene per ammirare l’incantevole golfo, per spaziare la vista su quel pezzo di paradiso caduto in terra. E poi? E poi si va via, per non morir di noia. Se dunque in questa nostra città si creassero questi fattori che ora sono divenuti una necessità della vita, non solo essa sarebbe la villeggiatura delle provincie meridionali e settentrionali d’Italia, ma sarebbe pure il ritrovo e la villeggiatura di Europa tutta”. E a chi lo critica, Young ribatte: “Molti hanno manifestata l’opinione che il progetto dei Campi Flegrei promette troppo e che nel suo complesso è una poesia. I Campi Flegrei non sono una poesia, ma una realtà dei veri bisogni della città di Napoli”.

Visto dal Rione Venezia, il canale-traforo di collegamento coi Campi Flegrei

L’edilizia privata, tra neogotico e neorinascimento
Accanto alla figura di urbanista visionario c’è un architetto dedito all'edilizia privata, che dal gusto del pittoresco e dalla lezione del romanticismo legati alle sue origini anglosassoni, trae l'espressione di un nuovo gotico, che ancora oggi stupisce quando si volge lo sguardo oltre via del Parco Margherita. I suoi primi edifici nascono nella zona della borbonica Villa Lucia, la sua abitazione, sita in un'area più vasta, un tempo proprietà dei Grifeo, eredi di Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia e moglie morganatica di Ferdinando IV di Borbone. Da loro il padre di Lamont, James Henry Young, acquistò vari suoli disposti lungo l’attuale via del Parco Grifeo, mantenendo il diritto d'accesso alla sua proprietà sulla collina del Vomero dal corso Maria Teresa, oggi corso Vittorio Emanuele.

Il primo edificio costruito da Lamont Young nel 1875 è il castello Grifeo, ora Villa Curcio, un tempo dimora di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. La costruzione è in stile neogotico, concepita come un edificio in rovina, sotto le spoglie di un antico castello medievale sovrastato da una torre in tufo falsamente lesionata, seguendo il gusto inglese per il pittoresco. Nei pressi del castello c’è la palazzina Grifeo, in stile neorinascimentale, sulla quale una targa ancora oggi visibile recita “Lamont Young fecit 1877”, unico edificio da lui firmato. Si sviluppa su tre livelli: poggia su una base a bugne di intonaco grigio a simulare il piperno e si apre con un portale fiancheggiato da colonne tuscaniche. Sempre su terreni della famiglia Grifeo fu progettato l'edificio in via Crispi, attualmente sede dell'Istituto Grenoble, caratterizzato da un disegno sobrio che, attraverso l'uso del tufo a faccia vista, ammorbidisce il rigido impianto rinascimentale.

Nell'area immediatamente sottostante a Villa Lucia, a ridosso del muro di cinta della Floridiana, Young inizia la costruzione di quello che oggi è noto come Bertolini’s Hall. Nelle intenzioni doveva essere un edificio con undici appartamenti in affitto, da trasformare in una valida azione imprenditoriale, seguendo ancora una volta la sua visione di Napoli come attrattore turistico. Il “Grand Peninsular Hotel" sarebbe stato servito da un ascensore a sezione obliqua, recupero dell’idea di ascensore volto a ricucire la città bassa con la collina già ipotizzato per la metropolitana. Il progetto sfumò per le difficoltà economiche. Young prima lo affittò e poi vendette ai fratelli Bertolini, che si assunsero le spese dei lavori eseguiti e li terminarono su disegno dell’architetto Pio Soli.

Lo chalet svizzero

L'eclettismo di Lamont Young si rivela anche in una piccola opera compresa nel giardino di Villa Lucia, uno chalet svizzero in muratura e legno legato a suggestioni risalenti ai suoi anni giovanili di studio in terra elvetica. Da una foresteria in disuso Young ricava una costruzione il cui fascino sta nella capacità di dialogare rispettosamente con l’ambiente circostante, adagiata su di un costone di roccia e con un pino preesistente attorno a cui si dispone la facciata principale.

Nel punto di confluenza tra corso Vittorio Emanuele, le rampe del parco Grifeo e via del Parco Margherita è poi la sua opera più famosa, ultimata nel 1902, da lui denominata “Castle Lamont”, oggi nota come Castello Aselmeyer, dal nome della famiglia di banchieri cui la cedette nel 1904. “Il castello – ha scritto Fabio Mangone – rappresenta uno dei più vistosi esiti di un eclettismo inteso come architettura della memoria, come deliberata riproposizione di suggestioni distanti nel tempo e nello spazio”. L'edificio, di ispirazione neogotica, si sviluppa su diversi piani terrazzati con giardini pensili e ricorda le residenze dell'Inghilterra elisabettiana e Tudor, con l’aspetto di castello esaltato dalla presenza di torrette circolari e quadrate. La facciata è interamente bugnata in pietra viva di origine vulcanica: il suo gioco cromatico, per lo stacco con il tufo chiaro della collina, lo rende esemplare dell'opera di Young, confermando la sua predilezione per materiali lasciati allo stato naturale. Inutile dire che fu un’opera non benvista, data la difformità di registro e di stile dall’ambiente in cui s’inseriva. Questa è pure la ragione per cui ancora oggi il castello si impone immediatamente alla vista, aiutando a dimenticare il contesto edilizio pesantemente congestionato che aggredisce la collina.

Il Castello Aselmeyer, oggi

Villa Ebe, l’ultima opera
L’ultimo suo progetto è Villa Ebe, al monte Echia. Nel 1914 Lamont Young, una volta acquistate numerose botteghe che dal Chiatamone s’inerpicavano sulla collina di Pizzofalcone – lungo quelle che oggi si chiamano infatti rampe Lamont Young –costituisce insieme al banchiere Tommaso Astarita una società edilizia. Obiettivo, la costruzione di un grandioso complesso articolato in un palazzo per uffici nell’area sottostante e un albergo sul monte, “concepito – scrive Alisio – come un fantastico palazzo da maharaja”, di un esotismo legato allo stile neoindiano di ascendenza anglosassone. Quando non ottiene l’approvazione delle autorità competenti, Young ripara sul progetto di un castello, chiamato Villa Ebe dal nome della sua giovane sposa, articolato in una parte per sé e un’altra per gli Astarita.

Lo stile della costruzione, che s’affaccia da una posizione privilegiata ad ammirare il golfo di Napoli, riprende quasi alla lettera quello del precedente Castello Aselmeyer, con torrette, pinnacoli, bow windows, merlature, arricchito da pregevoli motivi ornamentali interni, su tutti uno scenografico scalone. Purtroppo oggi è impossibile apprezzarne il disegno originario. Dopo il suicidio di Young nel 1929, i bombardamenti della Seconda guerra mondiale distrussero la parte degli Astarita. Poi, dopo la morte nel 1970 della vedova e la cessione alla fine degli anni Novanta al Comune di Napoli, è stato un incendio certamente doloso a sfigurarlo il 14 marzo del 2000.

Oggi il castello è in attesa di un processo di recupero per il quale, dopo tante vicissitudini, esiste un progetto di trasformazione ad area museale e centro culturale. Ma per ora la sua immagine è quella d’un corpo estraneo, che si erge malinconico e malconcio sulla collina di Pizzofalcone. Un po’ la sorte dello stesso Lamont Young, che sembra destinato anche lui a restare un corpo estraneo nella storia della città. Eppure l’immagine del progettista eterodosso, completamente emarginato rispetto all’ambiente culturale e professionale napoletano forse è eccessiva. La città resta segnata, come dice Alisio, dalla sua “inconfondibile presenza”. Una città odiosamata da Young, che fu nel suo modo peculiare un intellettuale napoletano del suo tempo, con gli slanci immaginativi sottoposti alla lucidità analitica del suo approccio rigoroso, sempre alla ricerca di un’integrazione possibile tra le sue anime, e tra una propensione alla nostalgia passatista e un’insopprimibile tensione all’innovazione. Uno spirito multiforme e contraddittorio il suo. Come quello della sua città, perennemente sospesa tra la durezza della realtà e il risarcimento della fantasia.

 

Immagini d’epoca del prospetto e dello scalone interno di Villa Ebe

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