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Gae Aulenti a Napoli: le Stazioni dell’Arte e il museo obbligatorio

Intervista a Maria Corbi, storica dell’Arte e curatrice del patrimonio artistico delle Stazioni dell’Arte

Il 4 dicembre del 1927 nasceva Gae Aulenti, una dei più importanti architetti e designer del secondo Novecento italiano, una figura indissolubilmente legata alla cultura cosmopolita della Milano del secondo dopoguerra in cui si formò. Crebbe alla scuola di Casabella, la rivista diretta da Ernesto Nathan Rogers, del quale fece propria la lezione di una progettazione sempre legata al contesto urbano, storico e architettonico.  “Non si può fare la stessa cosa a San Francisco o a Parigi – affermava la Aulenti –, serve un lavoro analitico molto attento, prima di progettare: studiare la storia, la letteratura, la geografia, persino la poesia e la filosofia. Poi viene la sintesi, infine la parte profetica: la capacità di costruire cose che durino nel futuro. Se l'architettura si butta via, diventa un cumulo di macerie”.

Gae Aulenti ci ha lasciato in eredità la consapevolezza della versatilità del ruolo dell’architetto e del designer all’interno della società. Open House Napoli vuole ricordarla in particolare per il suo legame con la nostra città. È stata tra i protagonisti del progetto delle Stazioni dell’Arte della Metropolitana, curato da Achille Bonito Oliva. Un fortunato connubio tra urbanistica e arte, con la progettazione delle singole stazioni assegnata ad architetti e artisti di fama internazionale, con l'idea di creare dei "musei obbligatori" posizionando le opere in luoghi di transito frequentati dai passeggeri.

Forte di esperienze quali la ristrutturazione delle Scuderie del Quirinale a Roma e il Museo d'Orsay a Parigi, a Gae Aulenti venne affidata la progettazione delle Stazioni Museo e Dante, con il ridisegno delle rispettive piazze. Due opere con alle spalle ormai due decenni, e anche le ceneri di qualche polemica di allora. Cogliendo l’occasione della ricorrenza, perciò, abbiamo posto qualche domanda a Maria Corbi, storica dell’Arte e curatrice del patrimonio artistico delle Stazioni dell'Arte, per riflettere su questi lavori dalla prospettiva dei vent’anni trascorsi.

L'idea alla base delle Stazioni dell’Arte è stata quella di realizzare non solo dei contenitori funzionali ma delle opere d’arte organiche e riconoscibili. “E’ un modo più diretto per consentire alle persone di entrare in sintonia con l'arte contemporanea. Vogliamo contribuire ad abbattere una barriera psicologica tipica di molta gente abituata a pensare che l'architettura contemporanea sia custodita in santuari inaccessibili", dichiarò Gae Aulenti. Rispetto all’integrazione tra architettura e opere d’arte nelle sue stazioni di Museo e Dante, come ha interpretato la Aulenti l’esigenza di valorizzazione delle opere?
Le stazioni Museo (2001) e Dante (2002), dal punto di vista dell’interazione tra architettura e opere d’arte, testimoniano scelte differenti, connesse all’idea progettuale di connotare la prima soprattutto attraverso la relazione con il vicino Museo Archeologico Nazionale e la seconda attraverso le opere di alcuni dei protagonisti delle correnti artistiche della seconda metà del ’900. Museo ospita infatti negli atrii i calchi di due opere-simbolo dell’Archeologico, l’Ercole Farnese e la Testa Carafa, e poi, procedendo lungo i percorsi interni in direzione del Museo, le fotografie in bianco e nero di Mimmo Jodice che, in Anamnesi e nelle serie degli Atleti e delle Danzatrici, si confronta con le celebri sculture provenienti dalla Villa dei Papiri di Ercolano, fino ad arrivare alla monumentale fusione in bronzo da un calco antico (il gesso è conservato nella gipsoteca della vicina Accademia) del Laocoonte.
A Dante, fatta eccezione per le due tele di Carlo Alfano, omaggio al grande artista napoletano che era scomparso nel 1990, “le opere sono nate dalla collaborazione diretta con gli artisti che le hanno concepite e realizzate per quegli spazi specifici, interagendo con l’architettura”, come la stessa Aulenti ha sottolineato in un’intervista del 2003 (A. Acierno e C. Garzya Romano, 2004), chiarendo la prospettiva metodologica con la quale è stato intessuto qui il dialogo tra architettura e arte. Le opere site-specific di Kosuth, Kounellis, Pistoletto e De Maria costituiscono dunque un fattore rilevante del processo di qualificazione dello spazio architettonico, intervenendo nella definizione degli interni, in linea con quanto più volte ribadito dal coordinatore artistico del progetto, Achille Bonito Oliva: “Ci troviamo di fronte alla concreta realizzazione di un gruppo consistente di opere classificabili sotto il segno positivo di arte pubblica.  Per definizione, tale arte non è semplice arredo o commento all’involucro architettonico, quanto piuttosto struttura interagente con quella dell’invaso architettonico” (2006).

Museo e Dante sono state tra le prime stazioni inaugurate in assoluto. Quanto ha inciso perciò il contributo della Aulenti a dare il via alla riflessione sul rapporto tra stazioni e museo? Il suo modello di progettazione ha costituito un precedente anche per le stazioni dell’arte realizzate dopo le sue?
Se ripercorriamo la cronologia delle date, vediamo come nel biennio 2001-2002 aprono al pubblico - insieme con Museo e Dante – anche Quattro Giornate, di Domenico Orlacchio, e Salvator Rosa, dell’Atelier Mendini. Fin dagli esordi il progetto delle Stazioni dell’Arte si caratterizza per una scelta precisa, dare centralità alla relazione tra sito, architetti ed artisti, aspetto evidenziato da Alessandro Mendini (2006): “La formula dell’integrazione intima fra architettura e arte pubblica è una difficile operazione progettuale che ha la sua grande epopea storica nella sintesi delle arti [...] per ogni stazione è stato scelto un architetto o un designer adatto al sito, per ogni stazione artisti e grafici adatti a colloquiare con quel sito e con quell’architetto”. Ciascuna stazione rappresenta una risposta diversa alle questioni poste dalla progettazione del sottosuolo e delle sue relazioni con le porzioni urbane soprastanti. Se è difficile dunque individuare un modello preponderante nel dialogo - di volta in volta diverso nelle sue specificità - tra architettura e arte, la sua finalità si delinea invece con chiarezza: produrre un cambiamento nella rappresentazione e nella percezione sociale delle stazioni metropolitane, progettate non solo come spazi di transito funzionali, ma anche come luoghi pubblici connotati da identità estetica e significati. “La stazione, intesa come sistema spaziale di collegamento tra sottosuolo e città di superficie, recupera un ruolo di primo piano anche in termini iconici, conquistandosi una visibilità così forte da diventare parte essenziale nei processi d’identificazione e appartenenza ai luoghi. La stazione allora è già città” (A. Grimaldi, 2015). Credo proprio che alla definizione di questa idea di stazione/città i progetti della Aulenti a Napoli abbiano dato un contributo fondamentale.

Gli interventi della Aulenti sono stati caratterizzati da un approccio sobrio e lineare, che cerca di essere attento alle preesistenze. La risistemazione delle due piazze fu oggetto però di accese contese, con l’accusa di non essere riuscita ad afferrare le potenzialità del contesto. Per piazza Dante, la Aulenti tenne conto dell'originale disegno settecentesco di Luigi Vanvitelli, dando vita a una grande piazza in cui però non furono inserite alberature e priva di zone d’ombra. Al di fuori delle polemiche sorte a ridosso della realizzazione, come pensa che la piazza sia ad oggi vissuta dalla cittadinanza?
La mia risposta a questa domanda, non essendo un’esperta di sociologia o di urbanistica, non può che mantenersi sul piano di osservazioni di carattere personale. Per fare una riflessione sulla vita attuale di piazza Dante è forse utile ritornare indietro con la memoria a quale fosse l’assetto di quest’area prima dell’intervento di risistemazione, con la carreggiata automobilistica che costeggiava l’emiciclo settecentesco, il suo corollario di auto in sosta e il monumento di Tito Angelini collocato in posizione notevolmente più arretrata. Le foto dell’epoca ci restituiscono l’immagine di uno spazio che appare congestionato, caotico, nel confronto con la vasta piazza pedonale di oggi, cui Gae Aulenti volle restituire unità formale soprattutto attraverso il disegno geometrico della pavimentazione, in stretta connessione con la scansione ritmica delle semicolonne dell’emiciclo vanvitelliano. Un luogo che a molti, soprattutto agli inizi, apparve troppo “vuoto”, che da quasi due decenni in realtà vediamo spesso riempirsi per poi svuotarsi di nuovo, trasformarsi temporaneamente, diventare teatro di diverse forme di aggregazione organizzata, manifestazioni politiche, spettacoli, mercati, solo per fare qualche esempio. Spazio pubblico abitato, “usato”, in modi molto differenti, anche al variare delle ore del giorno, dalle tante identità che compongono l’eterogeneo corpo della città di Napoli.

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